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Per gli avvocati

L’atto resta nello studio, anche quando lo legge un’AI.

Omissia toglie nomi, codici fiscali, indirizzi e importi da una comparsa o da una sentenza mentre il file sta sul computer dello studio. Nella chat incolli un testo con i segnaposto; quando la risposta torna, i nomi veri tornano al loro posto.

Dove il segreto professionale si perde per distrazione

La comparsa incollata in chat
È il modo più veloce di farsi riassumere sessanta pagine, ed è anche quello in cui il nome del cliente e la sua vicenda finiscono nel registro di qualcun altro. L’articolo 622 del codice penale non fa differenza fra un discorso in ascensore e una casella di testo.
Il rettangolo nero sul PDF
Un rettangolo disegnato sopra il testo è un disegno: il testo sotto si seleziona ancora, e il file continua a portarsi dietro l’autore, il percorso della cartella e le revisioni. Chi riceve l’allegato non deve fare niente di sofisticato per leggerlo.
La regola che nessuno segue
Una policy sull’AI vale finché seguirla costa meno che aggirarla. Se anonimizzare a mano vuol dire venti minuti e un file in più da tenere, il praticante alle nove di sera incolla e basta, e nessuno lo saprà mai.

Ogni valore si vede prima di sparire

Omissia legge l’atto, propone quello che ha trovato e si ferma lì. Confermi tu, riga per riga, nel punto del documento in cui il valore sta. L’analisi e il modello che riconosce i nomi girano sul tuo computer: il file non si muove.

E non è solo l’AI: la stessa esportazione serve quando l’atto va al consulente tecnico, al praticante che prepara la memoria o al cliente che chiede di vedere un precedente simile al suo. Si esporta e basta, il ritorno dei nomi non si usa.

decreto-ingiuntivo.pdfFerretti c. Costruzioni VialbaRe-identifica…Esporta…

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

Il sottoscritto Avv. Chiara Bellini, con studio in Via Melzo 14, Milano,

C.F. BLLCHR78E52F205K, in qualità di difensore di Marco Ferretti,

nato il 3 marzo 1981, premesso che il bonifico di € 24.500,00 disposto

sull'IBAN IT60X0542811101000000123456 non risulta accreditato,

chiede che il Tribunale voglia ingiungere il pagamento della somma.

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Quello che un cliente ha il diritto di chiedere

Sono le domande che arrivano dopo, quando qualcosa è già successo. Nessuna di queste ha una buona risposta improvvisata.

Devo dire al cliente che uso l’intelligenza artificiale?
Sì. L’articolo 13 della legge 132/2025 chiede al professionista intellettuale di informare il cliente, in modo chiaro, semplice ed esaustivo, sull’uso di sistemi di intelligenza artificiale per attività strumentali e di supporto. La forma non è prescritta: si mette nel mandato, nel preventivo o in un’informativa a parte, e si tiene la prova di averla data.
Con Omissia l’atto esce comunque dal mio computer?
No. L’originale resta dov’è: l’analisi, il modello che riconosce i valori e la corrispondenza fra segnaposto e nomi veri stanno tutti sulla macchina, e la corrispondenza è cifrata con il portachiavi di sistema. Quello che esce è il testo che decidi tu di incollare, con i segnaposto al posto dei dati.
È anonimizzazione o pseudonimizzazione?
Pseudonimizzazione, ed è la parola che conviene usare. Finché la corrispondenza esiste il dato resta personale (articolo 4, numero 5 del GDPR) e il regolamento continua ad applicarsi. Dire «l’ho anonimizzato» quando c’è ancora un dizionario che scioglie i segnaposto è una frase che non regge a una verifica.
E se il programma sbaglia un nome?
Per questo l’ultima parola è tua. Codici fiscali, partite IVA e IBAN hanno un carattere di controllo che si calcola, quindi lì non c’è una proposta ma una verifica. I nomi di persona li propone un modello, e una proposta si sbaglia: nessun valore viene sostituito senza che tu l’abbia visto.

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Tutte le funzioni in ogni fascia: a cambiare è solo quante postazioni servono. Annuale o mese per mese, come preferisci.

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