La dichiarazione dei redditi è il documento che uno studio maneggia più spesso, ed è anche quello che si tende a considerare più anonimo: quadri, codici, importi. Basta guardare che cosa c’è nei quadri per accorgersi che è il contrario.
Che cosa racconta, riga per riga
I familiari a carico portano codici fiscali di persone che non hanno nessun rapporto con lo studio, spesso minori. Le spese sanitarie detraibili dicono che qualcuno ha sostenuto una spesa medica, e in alcuni casi quale. Le erogazioni liberali possono rivelare appartenenze religiose o politiche. I redditi da fabbricati portano i dati catastali degli immobili posseduti.
Due di queste voci ricadono nell’articolo 9 del GDPRsi apre in una scheda nuova: le spese sanitarie sono dati relativi alla salute, e una donazione a un ente di culto o a un partito rivela convinzioni religiose o opinioni politiche. Per quelle il regime non è più severo, è diverso: si parte da un divieto e si cerca una delle condizioni del paragrafo 2.
Il codice fiscale è il valore che chiude ogni discussione
Anche cancellando nome e cognome, in una dichiarazione restano i codici fiscali: del dichiarante, del coniuge, dei figli, di chi ha prestato l’assistenza fiscale. Un codice fiscale identifica direttamente, e per giunta è leggibile a occhio: dalle sue lettere si ricavano cognome, nome, data di nascita, sesso e comune di nascita.
È il motivo per cui una ripulitura fatta con la ricerca dei nomi non basta mai su un documento fiscale. Il nome se ne va, e sotto resta la stessa persona scritta in un altro alfabeto.
Come si legge un codice fiscale
Vale la pena aprirlo, perché è la prova più corta che esista del fatto che quel valore non si può lasciare. Un codice fiscale di persona fisica non è un progressivo assegnato da un ufficio: è calcolato dai dati anagrafici, quindi si legge al contrario.
Le prime tre lettere vengono dalle consonanti del cognome, le tre successive da quelle del nome. Poi ci sono due cifre per l’anno di nascita e una lettera per il mese. Poi due cifre per il giorno, alle quali si aggiunge quaranta se la persona è di sesso femminile, quindi il codice dichiara anche il sesso, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Seguono quattro caratteri per il comune di nascita, il codice catastale detto Belfiore, che per chi è nato all’estero indica lo Stato. L’ultimo carattere è il codice di controllo.
Il risultato è che togliere il nome e lasciare il codice fiscale non nasconde niente: cognome, data di nascita, sesso e luogo di nascita restano leggibili sedici caratteri più in là. È anche il motivo per cui in una dichiarazione i codici fiscali dei familiari a carico pesano quanto quello del dichiarante: sono l’anagrafica di persone che nello studio non sono mai entrate.
Non è solo il 730: gli altri documenti che escono
La dichiarazione è l’esempio, non il perimetro. In uno studio passano nello stesso mese documenti che identificano allo stesso modo o peggio, e conviene averli in mente perché la regola che si scrive vale per tutti o per nessuno.
La dichiarazione sostitutiva unica per l’ISEE è probabilmente il documento più denso di tutti: patrimonio mobiliare e immobiliare del nucleo, e le componenti che riguardano invalidità e disabilità, che sono dati sanitari dell’articolo 9. La dichiarazione di successione porta l’intero albero dei parenti, con gradi, quote e codici fiscali di persone che non hanno firmato niente. Il modello 770 e il libro unico portano i dati di tutti i dipendenti di un cliente. L’F24 porta l’IBAN. E le comunicazioni all’Agenzia delle Entrate portano il codice fiscale di chi le ha trasmesse, cioè lo studio stesso.
La conseguenza pratica è che una regola scritta per «le dichiarazioni» copre un terzo del problema. Quella che regge parla di valori e non di documenti: nomi, codici fiscali, partite IVA, IBAN, dati catastali, date di nascita e indirizzi non escono dallo studio in chiaro, qualunque sia il modulo su cui stanno scritti.
Che cosa si può chiedere davvero, e come
Le richieste utili sono quasi tutte sulla forma e sulla norma, non sulla persona: se una detrazione spetta in quel caso, come si compila un quadro in una situazione particolare, che cosa cambia rispetto all’anno prima, perché un calcolo non torna.
Nessuna di queste ha bisogno del codice fiscale vero. Con gli identificativi sostituiti da segnaposto stabili i rapporti restano leggibili (il coniuge resta lo stesso coniuge in tutti i quadri) e il modello può ancora ragionare sul caso, che è la cosa che serve.
Il conto della strada manuale
Su una dichiarazione con familiari a carico e più quadri, la ripulitura manuale è lunga e sbaglia in un modo prevedibile: prende i valori nelle intestazioni e lascia quelli negli allegati e nelle tabelle. E quando lo studio ne fa duecento, la regola interna che chiede di ripulire prima di incollare regge fino alla prima settimana di scadenze.
La strada che regge è quella in cui la sostituzione costa trenta secondi e avviene sul computer dello studio. Codice fiscale, partita IVA e IBAN vengono verificati con il loro carattere di controllo e non riconosciuti a occhio (la differenza è scritta qui), il resto è una proposta che confermate voi, e i valori veri tornano al loro posto quando la risposta arriva.