Un avvocato incolla in una chat le venti pagine di una comparsa e chiede un riassunto. In tre secondi ha il riassunto. Nello stesso momento il nome del cliente, quello della controparte, un codice fiscale, un IBAN, l’indirizzo di casa e il numero di ruolo generale sono su un server che non è suo, in un Paese che probabilmente non è il suo, dentro un servizio i cui termini d’uso possono cambiare.
Non è un caso di scuola e non è un errore da principianti. È il modo normale in cui si usa uno strumento che funziona bene, e il costo si vede solo dopo.
Che cosa si sta trasmettendo, esattamente
Il GDPRsi apre in una scheda nuova chiama dato personale qualunque informazione che permetta di identificare una persona, direttamente o indirettamente. In un atto giudiziario questo comprende molto più dei nomi: il codice fiscale, la data di nascita, l’indirizzo, la targa, i dati catastali, l’IBAN, il numero di ruolo. Spesso comprende anche categorie particolari, perché una causa di lavoro parla di salute e una separazione parla di vita familiare.
Incollare quel testo in un servizio esterno è un trattamento, e va trattato come tale: sapere chi lo riceve, con che base giuridica, per quanto tempo lo conserva e se lo usa per addestrare qualcosa. Nel lessico del regolamento lo studio resta titolare del trattamento e il fornitore del modello è, nella migliore delle ipotesi, un responsabile ai sensi dell’articolo 28: «migliore delle ipotesi» perché un abbonamento personale attivato con una carta di credito quell’accordo non ce l’ha, e senza accordo non c’è nessuno a cui girare una parte della responsabilità.
Sopra il GDPR c’è il dovere di segretezza professionale, che non dipende dal regolamento e non si esaurisce con un contratto. Il codice deontologico forensesi apre in una scheda nuova lo dice due volte: l’articolo 13 lega l’avvocato al riserbo su tutto quello che apprende nel mandato, e l’articolo 28 chiama il segreto un dovere «oltre che diritto, primario e fondamentale». Sotto c’è l’articolo 622 del codice penalesi apre in una scheda nuova, che punisce la rivelazione del segreto professionale e non chiede che ci sia un pubblico: basta che l’informazione arrivi a qualcuno che non aveva titolo per averla. Nessuna delle tre norme cambia perché il destinatario è un programma invece di una persona, e nessuna delle tre si accontenta di un’impostazione spuntata dentro un servizio.
Il testo può restare, i nomi no
La cosa che rende risolvibile il problema è che quasi nessuna delle domande che si fanno a un modello ha bisogno dei nomi veri. «Riassumi questa comparsa», «trova le eccezioni preliminari», «riscrivi questo paragrafo più corto»: sono domande sulla struttura del testo, non sulle persone che ci compaiono. Il modello deve capire che c’è un attore, un convenuto e un giudice, non chi sono.
La differenza fra un atto utilizzabile e uno inutilizzabile sta quindi in un passaggio solo: sostituire ogni valore identificativo con un segnaposto, prima che il testo parta. E i segnaposto devono essere stabili. Se Mario Rossi diventa [FULLNAME_1] nella prima pagina e [FULLNAME_7] nella quinta, il modello legge due persone diverse e il riassunto sbaglia i rapporti fra le parti.
Perché «cerca e sostituisci» non basta
Il primo istinto è aprire il documento e sostituire i nomi a mano. Funziona finché il documento è corto e ci si ricorda tutto. Poi qualcuno resta: il cognome scritto una volta senza nome, la sigla della società usata solo nell’allegato, la data di nascita che compare in una tabella, il codice fiscale spezzato su due righe da un’impaginazione. Ogni valore dimenticato è un valore che parte.
C’è anche la parte che non si vede leggendo. Un .docx porta con sé le revisioni, i commenti e le proprietà del file, e il nome che compare in «Autore» è quasi sempre quello di una persona vera. Un PDF che nasce da una scansione ha un livello di testo sotto l’immagine. Coprire con un rettangolo quello che si vede lascia intatto quello che c’è sotto, e chi riceve il file può selezionarlo.
I valori da togliere, in ordine di quanto identificano
Quando si passa da «togliere i nomi» a «anonimizzare un atto» conviene avere un ordine, perché la memoria alle nove di sera non ce l’ha. Questo è l’ordine che segue chi lo fa di mestiere, dal valore che identifica da solo a quello che identifica insieme agli altri.
Primo, i codici univoci: codice fiscale, partita IVA, IBAN, numero di ruolo generale, numero di protocollo, targa, numero di polizza, PEC. Ognuno di questi punta a una persona sola e non ha bisogno di un nome accanto. Secondo, i nomi in tutte le loro forme: persone fisiche, società, ma anche il collega di controparte e il consulente tecnico, che sono nomi propri esattamente come gli altri. Terzo, gli identificatori di luogo e di tempo: indirizzo di residenza, data di nascita, dati catastali di foglio, particella e subalterno. Presi da soli sembrano generici; presi insieme restringono a una persona in due passaggi, ed è la ragione per cui il GDPR parla di identificazione anche «indiretta». Quarto, quello che sta fuori dal corpo del testo: le proprietà del file, i commenti, le revisioni, il nome del file stesso.
L’ordine serve a una cosa sola: se il tempo finisce, finisce dall’ultima riga in su e non dalla prima in giù. Un atto a cui restano i commenti è un problema; un atto a cui resta un codice fiscale non è anonimizzato per niente.
Che cosa hanno scritto gli ordini forensi
Non è una materia lasciata al buon senso di ciascuno. Il Consiglio dell’ordine di Roma ha pubblicato un vademecum sull’uso dell’intelligenza artificiale che dice, in sostanza, due cose: rendere anonimi i dati prima di darli a uno strumento, e non usare chatbot pubblici per testi che contengono informazioni riservate. L’ordine di Torino ha fatto lo stesso con un proprio documento ricognitivo. Sopra i due c’è la guida del CCBEsi apre in una scheda nuova (il Consiglio degli ordini forensi europei) sull’uso dell’IA generativa da parte degli avvocati, del 2 ottobre 2025, che ripete la stessa raccomandazione su scala continentale.
Nessuno di questi testi è una fonte del diritto e nessuno prevede una sanzione propria. Contano lo stesso, per una ragione pratica: davanti a un consiglio di disciplina la domanda non è «era vietato», è «che cosa avrebbe fatto un avvocato diligente». Un vademecum del proprio ordine è esattamente il metro con cui quella domanda viene misurata, e il fatto che tre organismi diversi arrivino alla stessa raccomandazione (togliere i dati prima, non usare strumenti pubblici con i dati dentro) la rende difficile da chiamare eccessiva.
E poi bisogna poter tornare indietro
Il punto che di solito viene fuori tardi è il ritorno. Un testo con i segnaposto si manda al modello e si riceve una risposta con dentro gli stessi segnaposto. Quella risposta va riportata al caso vero: [FULLNAME_1] deve ridiventare il nome del cliente, [IBAN_2] deve ridiventare l’IBAN, o il lavoro fatto resta un esercizio che va ricopiato a mano.
È la ragione per cui oscurare e sostituire non sono la stessa cosa, e per cui uno strumento che copre i dati in modo definitivo non serve a questo scopo: sotto un rettangolo nero non c’è più niente da rimettere. La differenza fra le due strade merita un discorso a parte.
Vale la pena dire fin d’ora come si chiama quello che si è fatto, perché la parola cambia gli obblighi. Un atto con i segnaposto non è anonimizzato: è pseudonimizzato, e un dato pseudonimizzato resta un dato personale per chi ha la corrispondenza. Non è un cavillo: è precisamente la proprietà che rende il testo mandabile fuori, perché chi lo riceve la corrispondenza non ce l’ha e per lui quel testo non identifica nessuno. La conseguenza pratica sta tutta in una domanda, dove sta la corrispondenza, e la risposta giusta è: dove sta il fascicolo, cioè dentro lo studio.
Come lo fa Omissia
Omissia è un programma che gira sul computer di chi lo usa, modello linguistico compreso. Apre l’atto, ci trova i valori identificativi, li mostra uno per uno nel punto in cui stanno, e li sostituisce solo dopo che sono stati visti. Il testo che esce ha segnaposto stabili e si incolla in qualunque modello. Quando la risposta torna, l’app rimette i valori veri al loro posto leggendo una corrispondenza che non ha mai lasciato il computer.
Non risolve la domanda se usare un’AI su una pratica: quella resta di chi firma. Toglie però la parte in cui la risposta dipende da quanto si è stati attenti a rileggere. Come funziona, passo per passo.