«I miei dati vengono usati per addestrare?» è la domanda che si fa, e ha il difetto di essere una domanda sola su tre cose diverse. Un testo mandato a un servizio può finire in tre posti che non si assomigliano, e le risposte non sono le stesse.
Uno: l’addestramento
È il caso di cui si parla di più ed è il più raro nelle offerte per aziende. Le condizioni della versione gratuita e quelle di un piano di lavoro sono spesso opposte su questo punto, e la differenza sta in una riga del contratto, non nell’interfaccia.
Se il testo entra nell’addestramento, il dato non è più recuperabile né cancellabile in senso stretto: si può cancellare la copia, non l’effetto che ha avuto sui parametri. È il motivo per cui il diritto alla cancellazione, applicato ai modelli, è un problema aperto e non una procedura.
Due: la conservazione delle richieste
Quasi tutti i fornitori conservano le richieste per un periodo dichiarato, anche quando non addestrano: servono per rilevare abusi e per il supporto. Il numero è scritto nella documentazione, spesso in giorni, e va letto: trenta giorni su un server europeo e conservazione indefinita altrove sono due situazioni diverse per chiunque debba compilare un registro dei trattamenti.
In quel periodo il testo esiste in un sistema che non è vostro, con dipendenti che in casi definiti possono leggerlo, e con la possibilità che venga richiesto da un’autorità del Paese in cui sta.
Il numero di giorni è una promessa, non una legge fisica
Vale la pena guardare che cosa può succedere a quel numero, perché è successo davvero e non a un fornitore marginale. Nel maggio 2025, dentro la causa promossa dal New York Times, un giudice federale statunitense ha ordinato a OpenAI di conservare e tenere separati i log di output che sarebbero altrimenti stati cancellati (comprese, per come era formulato, le conversazioni che gli utenti avevano eliminato). L’obbligo è rimasto in piedi fino all’ottobre 2025, quando lo stesso giudice lo ha revocato. Nella stessa causa è poi stata ordinata la produzione di circa venti milioni di conversazioni, in forma anonimizzata.
Non è un argomento contro un fornitore in particolare, ed è importante non leggerlo così: qualunque società, in qualunque Paese, è soggetta agli ordini dei giudici di quel Paese, e l’avrebbe fatto chiunque perché l’alternativa non esiste. È un argomento su che cosa vale, esattamente, la riga che avete letto nella documentazione.
Quella riga descrive quello che il fornitore fa, non quello che gli può essere imposto. Se la vostra conformità poggia su «conservano trenta giorni», poggia su una frase che una controversia altrui, in un ordinamento che non è il vostro, può sospendere senza avvisarvi. Se poggia su «il documento non è mai uscito», non c’è niente da sospendere.
Tre: la cronologia e la memoria della conversazione
È la parte che si dimentica perché è comoda. La cronologia di un assistente resta nell’account, e con lei resta il documento che avete incollato tre mesi fa. Le funzioni di memoria che ricordano le informazioni fra una conversazione e l’altra fanno un passo in più: estraggono fatti dal testo e li conservano come profilo.
Da lì basta poco perché un dato di un cliente riemerga in una risposta data a un altro utente dello stesso account. Non è una fuga di dati: è il prodotto che funziona come è stato progettato.
Un quarto posto: le estensioni e i componenti aggiuntivi
Ai tre di sopra se ne aggiunge uno che non compare in nessuna documentazione del fornitore principale, perché non è sua. Un assistente dentro il browser, un componente aggiuntivo del programma di scrittura, una estensione che «riassume la pagina», un plugin del gestionale: ciascuno di questi è un secondo fornitore, con le sue condizioni, la sua conservazione e il suo Paese.
È la strada per cui i documenti escono da uno studio senza che nessuno abbia mai aperto una chat. Una estensione con il permesso di leggere il contenuto delle pagine legge anche il gestionale aperto in una scheda; un componente aggiuntivo installato per correggere la grammatica vede il testo dell’atto mentre lo si scrive. Nessuno di questi passaggi somiglia a «incollare un documento», ed è per questo che nessuna regola scritta contro l’incollare li ferma.
L’unico modo di saperlo è guardare: l’elenco delle estensioni installate nei browser dello studio e quello dei componenti aggiuntivi nel programma di scrittura. È il primo punto dell’elenco degli strumenti ammessi, e quasi sempre è anche il più sorprendente.
Dove si guarda, e che cosa si scrive
Tre documenti, in questo ordine: le condizioni d’uso della versione che state usando davvero, non di quella che compare per prima sul sito; la pagina sulla conservazione dei dati, dove sta il numero di giorni; e l’accordo sul trattamento, che deve esistere se i dati sono di terzi (articolo 28 del GDPRsi apre in una scheda nuova).
Se una delle tre risposte manca, manca anche la riga corrispondente nel vostro registro, ed è quella la cosa che si vede in una verifica.
La domanda che rende tutto questo più corto
Tutte e tre le risposte diventano irrilevanti nel momento in cui il testo che esce non contiene dati personali. Un modello può ricordarsi per sempre che [FULLNAME_1] ha stipulato un contratto con [ORG_1]: non è una frase su nessuno.
È il senso della sostituzione fatta prima dell’invio, sul computer di chi lavora: non si tratta di fidarsi meno del fornitore, si tratta di non dovergli chiedere niente. La differenza fra il locale e il cloud è scritta nell’articolo dedicato; che cosa fa Omissia, passo per passo, sta in Come funziona.